“Più passa il tempo più diventa difficile progettare”
(Achille Castiglioni)
Il mio lavoro l’ho chiamato deprogettazione, ignoro se questo termine sia già stato usato prima,
progettazione sembra esserlo, neppure so se la deprogettazione sia una forma di progettazione
o se una sia una fase dell’altra e di quale delle due, una, sia fase.
Partendo dalla considerazione del tutto generale che un oggetto viene prodotto se serve, cerco
di capire se i miei oggetti servono, e in quale contesto la loro utilità si collochi.
Nelle vesti di designer mi chiedo anche quale rapporto ci sia tra utilità ed estetica dell’oggetto,
ma se già, si dice, sono stati prodotti troppi oggetti, certamente, su questo argomento, si sono già
spese troppe parole perché le mie possano dare un contributo significativo.
La tensione tra arte e funzione io non credo possa essere semplicemente progettata, e la funzione
stessa è una dimensione fluida e incoerente, a questo punto, più dell’arte stessa.
Il lavoro di deprogettazione in questo senso si applica a dati e oggetti già esistenti; oggetti trovati
o semplicemente individuati fra quelli che tutti conosciamo; una porta, un pianoforte, una casa,
una persona, (!?), non per considerarla un oggetto ma per dire che è oggetto della nostra
attenzione.
Il prodotto che ne deriva, nell’economia del mio lavoro, si impegna a raccogliere e restituire,
della felicità intrinseca dell’oggetto o persona da cui sono partito (o della sua malinconia), tutto
ciò che ancora ne può vivere.
La composizione di questa felicità (o malinconia) è una chimica di variabili originate dalle
qualità dei prodotti originari, dalla loro simpatia con altri materiali, oggetti o idee, dalla loro
superficie concreta o dalla loro forma, dalla funzione o dall’uso improprio, peso, trasparenza,
riflesso, nuovo, vecchio: tutto converge al racconto, all’oggetto come testo.
"Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose.
Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io."
(Diane Arbus)